Bus e treni, la storia di Scilla e Marina

23-03-2018
Una è macchinista sulla metro A. L’altra è coordinatrice d’esercizio

“Una donna alla guida di un treno? Bellissimo lavoro. Mai conosciuta una”. Alle reazioni di sorpresa, Scilla Penna è abituata. Accade ogni volta che risponde alla domande sul suo lavoro. Scilla è macchinista di Atac sulla ferrovia Roma-Viterbo, dopo il debutto dieci anni fa sulla Termini-Centocelle. Ma Atac era la sua azienda già nel 2000, quando fu assunta per concorso come operatore di stazione in metro A. Un lavoro pericoloso? “Guidare un treno richiede una grande responsabilità - risponde Scilla, 40 anni, da poco in maternità e già mamma di un bimbo di 4 anni - Se fatto con passione, diventa tutto molto più semplice”. E per lei era passione già da bambina: “Alla stazione guardavo quelle persone all’interno della cabina e pensavo che un giorno io sarei riuscita ad essere al loro posto”. Un obiettivo realizzato, ma non una passeggiata. “È stata dura, ma con impegno e determinazione sono riuscita ad ottenere il lavoro dei miei sogni”. Come lei, altre 43 macchiniste sono alla guida dei treni, tra  metro e ferrovie: il drappello più numeroso, 17, è sulla Roma-Lido. Rappresentanti della compagine femminile dell’azienda che in tutto conta 1.363 donne su un totale di 11.371 dipendenti. Le dirigenti sono sette, 219 sono le autiste di bus e tram, alle quali si aggiungono 178 operatrici di stazione e 42 verificatrici. Come si lavora in un ambiente che nei numeri è ancora così maschile? “Ho ottimi ricordi dei primi anni - dice Marina De Persio, 55 anni, in Atac dal 1988 - Icolleghi erano orgogliosi di avere una collega donna, mi hanno sempre supportata. Come tutti i posti di lavoro, qualche episodio irrilevante di maschilismo si è verificato”. Marina ha iniziato come autista (“eravamo in tre”) con un concorso. Dieci anni dopo era addetta all’esercizio. Oggi è coordinatore di esercizio: tradotto nella Confronto con altre città A Milano c’è poco “rosa” pratica di tutti i giorni? “Programmazione e gestione di eventi che compromettono il normale percorso delle linee, come i cantieri. Mi occupo dell’area centrale, ma supporto anche colleghi di altri settori, con contatti con gli enti pubblici e la Polizia locale. Ma anche con Agenzia della mobilità e Dipartimento Mobilità per le attività riferite a nuovi percorsi o fermate”. Anche per Scilla, dopo gli inizi un po’ a distanza, è stato facile integrarsi con gli altri colleghi. E i passeggeri? “Ancora stupiti quando mi vedono arrivare in stazione. E se risolvo un guasto, il commento è: nonostante sia una donna...”.

Ingegnere con l’apostrofo? Sì, in via Prenestina

Le discriminazioni di genere sotto molti punti di vista sono state superate, ma le regole del gioco non sono cambiate. Lo sostiene un libro realizzato alcuni anni fa dall’Aidia, l’Associazione italiana donne ingegneri e architetti, dal titolo “Alla ricerca di un ingegnere con l’apostrofo”. È ancora  un mestiere così raro, ad esempio nelle aziende di trasporto? A dire il vero In Atac le donne ingegnere sono ben presenti. Tra loro, Roberta Carnevale, 46 anni, ingegnere gestionale, dirigente della programmazione e consuntivazione del servizio di superficie: “Dal progetto di una linea, costruiamo, attraverso algoritmi, i turni che poi verranno assegnati agli autisti. E poi effettuiamo la rendicontazione dei turni e della percorrenza chilometrica”. Costruiamo? “Con me lavorano cinquantasei persone, comprese nove donne”. Già venti anni di esperienza in Atac, è stato difficile affermare un ruolo dal versante femminile? "Mi sono sempre trovata bene e sempre con riscontri positivi. Ho trovato molte persone contente di trasmettermi  conoscenze. Prima di questo incarico, sono stata responsabile di rimesse e depositi, a Porta Maggiore, Montesacro, Grottarossa. Dopo una iniziale minima diffidenza, ad un certo punto mi hanno chiamata “capo”: ero stata accettata”. Che rapporto ha l’Atac con la sua componente femminile? “Direi che in questa azienda la professionalità delle donne è riconosciuta. Di ingegnere ce ne sono diverse: ad esempio nel mio gruppo di lavoro sono cinque. Altro discorso per il mondo lavorativo in generale che mi sembra ancora orientato al maschile”

articolo a cura di Simona Di Capua

pubblicato su Trasporti&Mobilità il 23 marzo 2018