Dai sette colli ai sette passi, continua il viaggio

04-11-2017
I romani Daniele e Simona in giro per il mondo portando i valori della mobilità ciclistica

Il via nell’estate del 2014 da piazza del Campidoglio. Da oltre tre anni stanno viaggiando in bici, portando per il mondo la loro voglia di pedali, la determinazione, fatta di sudore, salite e chilometri, il coraggio e la capacità di continuare ad aprirsi agli incontri, complicati, banali o straordinari, che la strada ti può riservare. Siamo tornati a contattare Daniele Carletti e Simona Pergola, giovani ciclisti romani. Raccontiamo la loro avventura, dai sette colli capitolini ai sette passi più alti del mondo (tra quelli effettivamente transitabili in bicicletta), fin dall’inizio e anche con loro ci confrontiamo sui temi della mobilità ciclistica in Italia.

Simona e Daniele ora sono in Messico, dopo aver attraversato più di venti Paesi e percorso oltre 30mila chilometri. Riassumendo, ad oggi hanno scalato in Europa le Alpi a ovest e il Caucaso a est; in Asia, il Tro La Pass sul versante cinese; le Alpi australiane in Oceania, le Rocky Mountains, in Colorado, nell’America del nord. Ora, i sellini sono puntati verso le Ande. Poi ci sarà l’Africa, con le montagne di Bale, in Etiopia.

Simona, Daniele, dove state pedalando in questi giorni e dove siete diretti?
“Abbiamo lasciato la California e gli Stati Uniti per entrare in Messico. Ora avanti sino al Sudamerica”.

In Italia, tra fondi locali e nazionali, proposte di legge e piani ur-bani, si parla molto di mobilità ciclistica. Secondo voi, è ipotizzabile un’Italia più ciclabile?
“Siamo assolutamente convinti che sia possibile avere città più ciclabili, il che non necessariamente significa creare piste ciclabili ma rendere le strade esistenti accoglienti e sicure per chi decide di spostarsi in bicicletta. E' importante che i responsabili delle istituzioni promuovano una mobilità più sostenibile”.

Da dove comincereste a lavorare in questo senso?
“È difficile definire quale possa essere il primo passo. Abbassare i limiti di velocità in città sarebbe già un grosso beneficio, per ciclisti e pedoni”.

Nodo sicurezza: nel 2015 tra i ciclisti ci sono state 249 vittime di incidenti; l’anno scorso 338. Cosa vi sentite di suggerire, partendo dalla vostra esperienza?

“Sono tantissime le informazioni che abbiamo raccolto. Cartelli che avvisano della presenza di ciclisti lungo le strade maggiormente frequentate, rastrelliere per il parcheggio delle bici disponibili ovunque, soprattutto alle fermate della metropolitana. In tutte le città canadesi e statunitensi ci sono, alla fermata della metro, dei box chiusi per tenere al sicuro le biciclette. Le amministrazioni, in collaborazione con le associazioni (tutte), dovrebbero produrre una mappa di percorsi consigliati per chi vuole spostarsi in bicicletta. Percorsi che non necessariamente seguono ciclabili ma che evitano le grandi arterie. Percorsi che devono poi essere adeguatamente segnalati in strada. In Canada, ad esempio, Vancouver non ha grandi piste ciclabili ma una fitta rete di percorsi ciclabili, strade condivise con le auto, in cui un cartello verticale e una stampa sull’asfalto ricordano agli automobilisti che non sono gli unici ad usare la strada”.

Capitolo cicloturismo. Anche da noi lo si comincia a vedere come opportunità di crescita economica. La strada è giusta?
“Noi ne abbiamo incontrati molti di cicloturisti che si spostano con viaggi organizzati e che attraversano zone altrimenti sconosciute al mercato turistico. Questa forse è la forza maggiore del turismo su
due ruote. Mappe dettagliate, unsito ben organizzato in cui è facile reperire informazioni, e, da non trascurare, il coinvolgimento delle amministrazioni locali dei Paesi che il percorso attraversa: alla
fine serve questo per funzionare. Dei cicloturisti che abbiamo incontrato lungo il nostro percorso sulle due ruote, tutti sono stati almeno una volta a pedalare in Italia. Il nostro paese è già una meta
cicloturistica”.

Una mobilità non centrata sull’auto la ottieni lavorando su alternative efficaci. A cominciare dal trasporto pubblico. Cos’altro occorre, poi?
“Serve un’idea, una cultura diffusa della condivisione dello spazio, a partire dalla strada. È un punto cardine del cambiamento. Deve finire la guerra tra autisti, ciclisti e pedoni. La demonizzazione
dell’uno o dell’altro. Bisogna cercare di convivere tutti nello stesso spazio. Deve essere punto di discussione, riflessione ed educazione anche nelle scuole. Bisogna ricominciare ad insegnare e trasmettere l’importanza dello spazio pubblico come bene comune, risorsa fondamentale che va tutelata, mantenuta e rispettata. Di tutti i Paesi che abbiamo attraversato l’Italia è quello in cui il bene pubblico ci è sembrato meno rispettato. In questo ricade la totale mancanza di rispetto delle regole stradali”.

Il viaggio di Simona e Daniele è raccontato dai protagonisti su becycling.net

Simone Colonna

Roma Servizi per la Mobilità

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