Quattro anni in bici attorno al mondo

13-07-2018
Simona e Daniele, master in mobilità sostenibile

Quattro anni. Quattro anni vissuti prevalentemente sui pedali, percorrendo circa 45mila chilometri (5mila in più della circonferenza terrestre), attraversando 26 Paesi. Sono partiti il 12 1uglio del 2014, da piazza del Campidoglio, in sella alle loro biciclette, Daniele Carletti e Simona Pergola, per il loro viaggio “Dai sette colli ai sette passi”: dalla Capitale al mondo, portando la ruota della bici sopra i sette passi di montagna più alti del pianeta, uno per ogni continente, considerando le due Americhe, del nord e del sud, l’Europa occidentale e quella orientale. Pedalando, anche, per diffondere
un’idea diversa di viaggio e di mobilità. Tappa dopo tappa, stiamo raccontando la loro avventura.

Simona, Daniele, a che punto siamo?
“Ad oggi abbiamo scalato in Europa le Alpi a ovest e il Caucaso a est; in Asia, il Tro La Pass sul versante cinese; le Alpi australiane in Oceania, le Rocky Mountains, in Colorado, nell’America del
nord. Mancano ancora il passo in Sud America e quello in Africa. Dopo quattro anni di viaggio ci siamo presi una pausa. In questo momento siamo in Canada, a Calgary. Daniele lavora come meccanico di biciclette”.

Di recente vi hanno rubato una delle bici. È stato quello a fermarvi?
“Qualche mese fa la bicicletta di Daniele è stata rubata a Città del Messico, proprio fuori un negozio di bici. La prima reazione è stata di rabbia, soprattutto nei confronti dell’indolenza delle forze dell’ordine locali. Poi però abbiamo capito che poteva essere un buon momento per prenderci una pausa, riorganizzare l’attrezzatura, trovare una nuova bici e ripartire”.

In giro per il mondo. Tante esperienze di mobilità da confrontare con quella italiana. Cosa vi colpisce di più?
“Abbiamo saputo dei tornelli sugli autobus a Roma e la decisione del Comune di sperimentare questo sistema antievasione ci ha fatto riflettere. Abbiamo attraversato Paesi poveri. Con meraviglia, abbiamo notato che tutti pagavano il biglietto. A Baku, in Azerbaijan, la corsa si paga in contante al conducente. Anche se il bus è pieno, la gente sale e si affaccia alla porta anteriore per far dare i soldi all’autista. Poi, ovviamente, ci sono persone indigenti che proprio non possono pagare il biglietto. In quel caso c’è comprensione e soprattutto il loro numero è inferiore rispetto a quello pagante. Ma l’Azerbaijan non è l’unico esempio. Insomma, i tornelli ci fanno pensare che i Paesi considerati “avanzati” abbiano perso il senso di comunità. L’Italia, tra l’altro, è l’unico Paese che abbiamo attraversato dove il significato di bene comune è stato completamente stravolto. Dove pubblico è diventato sinonimo di negatività”.

Quella della mobilità è una questione aperta e centrale, per tutti...
“Più un Paese si arricchisce e più aumenta il traffico veicolare privato. Pensiamo al contrasto tra Cambogia e Thailandia, nel primo strade completamente deserte, nel secondo un delirio di macchine
e scooter. Crediamo sia compito dei Paesi più ricchi indicare la strada per una mobilità sostenibile. La città più folle che abbiamo attraversato è stata Jakarta, in Indonesia, con i suoi 10 milioni di abitanti e 10 milioni di auto e moto. È stato l’unico posto che abbiamo dichiarato peggiore di Roma in quanto a traffico. Anche lì il sindaco ha cominciato a istituire le “Domeniche Ecologiche”,
con pedonalizzazioni di piccole aree della città. Lo stesso sta avvenendo in altri centri urbani dell’isola. Piccoli passi certo, ma comunque già qualcosa. Kuala Lumpur, in Malesia, è stata un’altra
pedalata folle, la città è completamente incentrata sulle macchine e circondata da autostrade. Hanno costruito strade enormi dimenticando completamente gli utenti deboli, pedoni e ciclisti. Entrare ed uscire dalla città, pedalando su strade a 8 corsie con velocità minima 80 km/h, è una dose di adrenalina non voluta”.

Qualche esempio virtuoso?
“Australia e Canada potremmo considerarli i Paesi migliori, dove le grandi città stanno cercando il giusto equilibrio tra piste ciclabili e corsie ciclabili (ovvero in condivisione con le automobili). Per entrare a Melbourne, ad esempio, si può percorrere una ciclabile di circa 50 km, in città una fitta rete di ciclabili e corsie permette di muoversi liberamente. Tant’è che la bici è molto utilizzata anche
per spostamenti quotidiani superiori ai 50 km. Stessa cosa in Canada, a Vancouver e a Calgary. A nostro avviso non esiste una formula unica e perfetta; ci vuole un piano che guardi la città nella sua
interezza, per creare una rete ciclabile fruibile e senza interruzioni. Di una cosa siamo certi, le ciclabili sui marciapiedi non funzionano”.

Simone Colonna

Trasporti & Mobilità - muoversiaroma.it

13 luglio 2018